Lena

Viveva nei pressi di un grande parco giochi. Di giorno se ne stava appoggiata immobile al ramo più alto di un olmo. Se non fosse stato per qualche refolo di vento che le faceva vibrare le ali, non la si notava nemmeno. Non appena le prime luci della sera rischiaravano il cielo blu, lei si stiracchiava. E poi prendeva il volo. Era una farfalla notturna. Si chiamava Falena, come tutte le altre sue amiche farfalle notturne, che erano state battezzate allo stesso modo da un nonno che accompagnava il nipotino al parco. Ma lei si faceva chiamare Lena, perché non era come tutte le altre. Forse nel colore “tristemente marrone” come lo definiva lei. Ma non era come le altre. Lei lo aveva capito: che quella luce del lampione era pericolosa. Tutte le sue amiche invece ci cascavano: volevano vederla da vicino: era così luminosa e calda… troppo calda! Bruciava. Eppure non resistevano: tutte prima o poi, dopo averla toccata, cascavano a terra. E le loro ali vibravano solo se un anelito di vento passava di lì portandosele via.

Così Lena se ne stava alla larga da quel lampione. Ma anche lei era attratta dalla luce. Da quella più grande, quell’enorme palla gialla che illuminava il giorno. Quella sì che era una vera luce. Sempre quel nonno aveva detto che senza sole, così si chiamava la palla, non ci sarebbe stata vita sulla terra. Oh, quanto le sarebbe piaciuto volare fin là e toccarla. E quanto le sarebbe piaciuto che le sue ali avessero il colore del cielo, così da poter volare di giorno verso il sole, senza essere notata e catturata da quei volatili con le piume! E quanto le sarebbe piaciuto esistere per sempre, non come le sue amiche catturate dal vento.

Un giorno dall’alto del suo ramo vide il nonno con il nipotino. Erano all’altalena. Il nonno spingeva il bambino, che dondolava avanti e indietro, fino a che spiccava un salto e volava giù. Ma in quell’attimo in cui lasciava le catene dell’altalena pareva che volasse verso il sole. Chissà… forse… se fosse salita sull’altalena, magari sarebbe riuscita a volare fino al sole! Non ci pensò due volte: la falena si staccò dal suo ramo e volò sopra la testa del bambino, che nel frattempo era pronto per un nuovo giro. Ecco la prima spinta… la seconda… avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e… hop! Il bambino saltò giù. E Lena volò su! Sbatté le ali fortissimo e le sembrò di raggiungere il sole, ma era ancora lontano. Continuò a volare. E continuò ancora. Volava e volava, ma il sole sembrava scappare: stava tramontando. “Aspettami!” Gridò Lena.

Il sole dall’alto del cielo sapeva tutto, e conosceva i desideri della farfalla. Vedendola così decisa, volle accontentarla e allungò uno dei suoi raggi caldi e avvolgenti. Non appena la toccò, Lena si sentì avvolta da una calda carezza. E le sue ali divennero blu come il cielo. “Che belle!” disse la farfalla. “Ma non morirò vero?”. Il sole sorrise. La avvolse con il suo raggio e soffiò, come fanno i maghi, che soffiano sulla mano chiusa per compiere la magia. E anche il sole fece la sua magia. Subito dopo, o per lo meno così le sembrò, Lena si ritrovò nel parco, a fianco dell’altalena, in mezzo all’erba. Il sole era oramai tramontato. Il bambino la vide e la raccolse: “Guarda nonno, che bella questa farfalla blu. È fatta di ferro. Portiamola a casa!”

Lena non era per nulla preoccupata, era certa che sole le aveva fatto un dono speciale: di giorno era una meravigliosa farfalla del colore del cielo, che volava libera tra i raggi del sole. Di notte si trasformava in una splendida farfalla di ferro blu, che riposava sul comodino del bambino. Sono passati tanti anni, ed esiste ancora. Vivrà per sempre.

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